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Domenica, 02 Aprile 2017 17:03

Sermone di domenica 2 aprile 2017 (2 Corinzi 4,16-18)

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Testo della predicazione: II Corinzi 4,16-18

«Noi non ci scoraggiamo ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne».

Sermone

Cari fratelli e sorelle, si tratta di una riflessione sul senso della vita e della morte quella che l’apostolo Paolo ci propone nel brano che abbiamo ascoltato. Egli considera la debolezza dei credenti, le difficoltà reali, fisiche, che riguardano persecuzioni, l’intolleranza e discriminazione nei confronti dei credenti dell’epoca.

L’apostolo cerca di dare coraggio a quei credenti che vivevano in quelle situazioni di così grande disagio, egli stesso vive quelle difficoltà a motivo della sua predicazione del Vangelo, conosce, dunque, la sofferenza ed è perfettamente consapevole del peso delle sue affermazioni.

L’apostolo prende in esame la fragilità della vita umana e la mette in contrasto con Colui che è fonte della vita”, Dio, egli illumina di una forte luce l’interno della nostra esistenza che, a dispetto di ogni sofferenza, dolore e debolezza, acquista un valore nuovo e autentico che le conferisce forza e dignità.

Dio permette di vedere in modo diverso la nostra fragilità, e lo fa attraverso la fede che ci offre in dono. La fede relativizza le difficoltà che incontriamo, esse diventano piccole, relativizza il senso di paura e tristezza che prima predominava come una montagna minacciosa davanti a noi, diventa una pietruzza, un sassolino lungo il nostro cammino.

Per l’apostolo, la fede permette di dare il giusto peso agli eventi che ogni giorno ci accadono, ci incoraggia a non ingigantirli, ma neppure a sottovalutarli, e ci invita a ricordare che Dio è davvero presente e ci accompagna, non solo dentro la nostra immaginazione o il nostro desiderio, ma concretamente.

Ogni giorno, da quando ci svegliamo fino a quando torniamo a dormire, Dio è accanto a noi, che cammina con noi e che ci sorregge con il suo amore.

È l’amore di Dio che ci permette di non disperare, di non scoraggiarci, di non abbatterci; anzi, l’amore di Dio ci fa sentire amati, accettati, accolti, e tutto questo ci riempie di speranza per il nostro futuro e quello degli altri; non possiamo vedere nulla di tutto questo con i nostri occhi, ma ne siamo certi. Non possiamo vedere le braccia di Dio attorno ai nostri fianchi quando le nostre gambe vacillano e non hanno più forza, non possiamo vedere la mano di Dio sulla nostra spalla o che stringe la nostra mano, ma sappiamo che è così.

Questa è la fede, la fede vede ciò che gli occhi non vedono.

La fede è certezza di cose che non si vedono.

Quando l’apostolo parla di uomo esteriore, sta riferendosi alla nostra vita di alti e bassi, di sofferenze e tensioni, di sconfitte e fallimenti. Per Paolo, l’uomo interiore, invece, è la persona che ha speranza, che vive una vita che nasce dalla speranza, una speranza che nasce dal rapporto con Dio, una speranza che ci trasforma in persone che guardano davanti a sé sapendo di non essere sole. Si tratta di una speranza che non accade solo per un giorno o una settimana, per questo l’apostolo ci dice che il nostro uomo interiore è da Dio “rinnovato di giorno in giorno”, nel senso che cresce ed è reso più forte, fino a non scoraggiarsi davanti alle difficoltà.

Dunque, siamo invitati a guardare la nostra realtà che viviamo, non semplicemente con i nostri occhi fisici, che ci fanno vedere solo una parte della realtà, ma con gli occhi della fede che ci permettono di vedere oltre, oltre la superficie, oltre le apparenze, ma anche oltre la disperazione, il dolore, la sofferenza, la rassegnazione.

«Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi», diceva la volpe al piccolo Principe rivelandogli il segreto della vita, di una vita in cui il prossimo e le cose assumono un significato nuovo: nuovi affetti, legami, rapporti umani. «L’essenziale è invisibile agli occhi».

Per questo l’apostolo può dire: «Abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono».

Ciò che vediamo con gli occhi fisici spesso ci fa paura, ci fa arretrare e scoraggiare, ma sbirciare dentro ciò che non si vede con gli occhi fisici, significa vedere che esiste una realtà più grande della nostra. Significa scoprire la realtà dell’amore di Dio che vuole essere per noi Colui che sostiene e guida la nostra esistenza.

Quando ero ragazzo avevo un microscopio che mi affascinava enormemente perché trovavo sorprendente il fatto di riuscire a vedere particolari che ad occhio nudo è impossibile vedere.

Quelle cose che vedevo al microscopio esistevano davvero all’interno di fiori, insetti, cose, ma nessuno poteva vederle ad occhio nudo, eppure esistevano.

Ecco, l’apostolo ci rivela il dono della fede che, come una lente, ci fa vedere una realtà sorprendente, e ci invita a vivere la nostra vita quotidiana nella dimensione di quella realtà di amore, accoglienza, solidarietà, condivisione che abbiamo scoperto nella fede. Quello che vediamo ad occhio nudo è poca cosa rispetto a quello che vi è oltre.

Tutto questo ci insegna anche a guardare il fratello e la sorella oltre il loro essere scorbutici, il loro essere antipatici, che spesso rappresentano solo delle difese contro la mancanza di speranza, di fiducia, di sentirsi accolti, proprio perché si è fragili e deboli.

Saper vedere l’essenziale, significa andare al di là dell’apparenza, al di là della pelle nera o bianca delle persone che incontro, della loro faccia, della loro bellezza. Avere “lo sguardo intento alle cose che non si vedono” significa avere la capacità di perdonare, di non ritirarmi dentro il mio guscio per paura, ma di confrontarmi serenamente, senza timore, significa intessere rapporti e vivere il senso della riconciliazione, dell’armonia, della solidarietà con gli ultimi e con tutti. Saper vedere oltre significa avere la capacità di gettare dei ponti e creare legami, affetti nuovi, prima impossibili.

Significa vedere l’altro/a in modo diverso da come lo/a vedono tutti. «Non si vede bene che col cuore», ripeteva il piccolo Principe per non dimenticarlo, imparando una grande verità che trasforma i rapporti umani, la società in cui viviamo e l’umanità intera.

L’apostolo ce lo insegna perché sia sempre un modello di vita, quello di saper vedere ciò che non è possibile vedere ad occhio nudo, ed è un modello di vita che crea davvero una umanità liberata dal se stessa, ma soprattutto liberata dalla sua miopia.

Amen

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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