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Domenica, 30 Marzo 2014 11:02

Sermone di domenica 30 marzo 2014 (Matteo 10,34-36)

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Testo della predicazione: Matteo 10,34-36

«Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, allo Studio biblico su “Il Dio della Bibbia e la violenza” abbiamo appreso che la violenza è la costante minaccia distruttrice degli esseri umani. Quando due individui aspirano alla stessa meta, diventano rivali, si genera un conflitto che induce alla violenza. Presto si perde di vista l'oggetto della meta e la violenza diventa cieca, essa è socialmente contagiosa e produce sempre nuova violenza. Nelle società primitive, il rituale sacrificale serviva a deviare sulla vittima del sacrificio, un animale o addirittura una persona, il male, la violenza e il peccato delle persone. Così nei testi dell’Antico Testamento, il credente fa l’esperienza di Dio all’interno di questi processi culturali, ed è così che si spiegano i diversi rituali cruenti qui contenuti e perché vi è la necessità di spiegare Dio come crudele e violento, perché ciò è identificato con la potenza e la forza, anzi con l’onnipotenza di Dio: «Ha precipitato in mare cavallo e cavaliere», canta Miriam, dopo che le acque del Mar Rosso si sono richiuse. Ecco perché tanta violenza e ferocia domina buona parte della storia d’Israele.

Tuttavia, i profeti Amos, Isaia, Geremia, Osea, Michea, denunciano l’inefficacia del sacrificio e denunciano la violenza come peccato, anche quella che accadeva all’interno del popolo d’Israele e cioè nei riguardi degli umili, degli indifesi, dei poveri, delle vedove e degli orfani.

È vero che le guerre sono viste come atti di salvezza di Dio, egli comanda di annientare il nemico perfino nel modo dell’interdetto, cioè senza lasciare nessuno in vita e senza far bottino. Qui non c’entra affatto l’odio o la brutalità, ma vi è la l’ordine di Dio che nessuno può e deve disporre della guerra, essa non è uno strumento della politica per arricchirsi o per conquistare. Per questo era proibito il censimento della popolazione, per non essere tentati dal numero dei soldati superiore all'avversario.

In realtà, Dio è lodato perché si è preso cura di un piccolo popolo contro lo strapotere di grandi e forti eserciti.

Tuttavia, il Nuovo Testamento propone un rapporto tutto nuovo: Gesù parla di rinuncia alla violenza, ma non perché deriva dall’impotenza, ma dalla forza. Non è una strategia di sopravvivenza, neppure una protesta passiva: per Gesù, la rinuncia alla violenza è un imperativo etico. Non è sofferenza passiva, ma è forma d’azione attiva perché mira ad accogliere il nemico come uno che non è più nemico che, quindi, perde l’obiettivo da colpire e rinuncia alle sue armi. Per la comunità primitiva la rinuncia alla violenza non era soltanto un mezzo per raggiungere un obiettivo, ma era essa stessa un fine, lo scopo di una vita e una prassi cristiana. L’amore, infatti, esclude ogni forma di violenza.

Eppure, Gesù, nel brano biblico alla nostra attenzione parla di violenza: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra, ma spada. Sono venuto a dividere…». Perché Gesù parla così duramente e con chi? Perché Gesù è così duro, cos'è che lo induce a dire delle parole così difficili da accettare soprattutto se confrontate con le parole dei profeti che inneggiano al Messia come al "Principe della Pace"? Anche nelle attese giudaiche l'era messianica porterà la pace, mentre sembra che Gesù, qui, non sia d'accordo.

Gesù parla ai discepoli impegnati nell’annuncio del Regno di Dio, Gesù li prepara alla missione e spiega loro che saranno odiati e perseguitati a motivo della loro testimonianza di Gesù il Cristo.

Gesù parla del discepolato, del seguire Cristo, un tema che per la comunità di Matteo era di importanza estrema, come lo era il "Portare la propria croce".

Gesù invita i discepoli di un tempo, e noi oggi, a percorrere le sue orme, a essere solidali con lui, chi rinuncia di percorrere quella strada sulla via della croce, cioè del dolore, rinnega Cristo, come lo è stato Pietro che disse: «Io quello non lo conosco». Non percorrere fino in fondo la via della croce significa non riconoscere Gesù come maestro e Signore.

D'altra parte la via della croce di Cristo non conduce semplicemente alla morte, ma più propriamente alla risurrezione quindi alla vita. Era questa per Matteo la via della fedeltà a Dio. Una via che non poteva essere ostacolata da nessuno, neppure dai propri famigliari.

Così i predicatori della chiesa degli inizi, lasciavano ogni cosa per dedicarsi completamente all’annuncio dell’Evangelo, per loro la famiglia era quella indicata da Gesù nell'episodio in cui i suoi famigliari lo cercano perché lo credevano pazzo: «Chi è mia madre? e chi sono i miei fratelli? Ecco… chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli!». Così, la comunità dei credenti diventava la nuova famiglia dei discepoli di Gesù, soprattutto nei casi in cui dai famigliari giunge l'imperativo di rinunciare a seguire il Signore. Gesù mette in guardia dall'impietosirsi dei discepoli di fronte alle insistenze dei propri cari. Posti davanti a una scelta, Gesù deve essere preferito, perché la dedizione alla predicazione di Gesù non può che essere totale e non a pezzetti.

Era questa la risposta a coloro che si domandavano come mai la pace e la serenità promessa dalla Scritture per i seguaci del Signore era tanto lontana. Le parole di Gesù: «Non sono venuto a mettere pace, ma spada», non esprimono lo scopo della venuta di Gesù e della sua opera, ma le conseguenze a cui porta il suo messaggio di Pace e di amore.

Gesù propone un modello di rinuncia alla violenza, ma questo modello non comporta automaticamente la pace, anzi, può perfino causare odio e violenza: «Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me» (Giov. 15,18).

Gesù mette in guardia coloro che si illudono di poter perseverare nel loro discepolato senza conflitti e rotture; Gesù annuncia che la predicazione del Regno e della pace non sempre sarà accolta con gioia.

In realtà, la speranza di pace predicata da Gesù, si effettua in modo paradossale perché l'annuncio di «pace» fa esplodere le contraddizioni della storia che si riversano con violenza contro di lui. Così accade ad Efeso, dove la gente della città provoca un tumulto contro i discepoli la cui predicazione minacciava i loro guadagni. Ecco, quando il Regno di Dio è annunciato e la pace e la rinuncia alla violenza riaffermate in tutta la loro forza, allora la violenza omicida si scatena con forza: pensate a Gandhi o al pastore afro-americano Martin Luther King, o ai 27 anni di carcere di Nelson Mandela, ma anche di tanti altri. Costoro hanno seguito una via che, come quella del Cristo, li ha condotti alla croce.

Eppure, nonostante tutto, Gesù invita dicendo: «Quello che vi dico …predicatelo sui tetti». Il messaggio dell’amore di Dio è incontenibile, non si può tenere per sé, ma va detto, annunciato, predicato a tutti, costi quel che costi.

«Non sono venuto a metter pace» significa che la via del nostro discepolato non è sempre facile e in piano, ma può rivelarsi difficile, ardua.

Non sempre chi denuncia il male, la violenza, la Mafia, la corruzione è applaudito, anzi, il più delle volte passa per pazzo, attraversa tanti guai; la sua denuncia può diventare un calvario. Gesù ci avvisa al riguardo, ma ci chiede di non rinunciare, mai, perché l’amore di Dio rimane la forza più grande contro l’onnipotenza di chi è corrotto e ha interessi da proteggere.

Fedeli al messaggio di Cristo, perseveriamo anche quando il cammino si fa duro, consapevoli che la via lungo la quale seguiamo il Cristo non conduce alla croce, ma alla risurrezione. Amen! 

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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