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Domenica, 18 Settembre 2016 17:28

Sermone di domenica 18 settembre 2016 (Romani 10,9-17)

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Romani 10,9-17

Se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice:
«Chiunque crede in lui, non sarà deluso». Poiché non c'è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c'è chi lo annunci? E come annunceranno se non sono mandati? Com'è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!» Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?» Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, la storia nei confronti del popolo ebraico è stata molto crudele: penso a tutte alle persecuzioni subite nel corso dei secoli, penso all'olocausto nazista perpetrato con l’accusa di deicidio: gli ebrei avevano ucciso Gesù, il Cristo, il figlio di Dio e per questo dovevano essere puniti: inutile dirlo che tale giustizia era considerata la volontà di Dio che si attuava attraverso il regime: "Gott mit uns" diceva il motto nazista "Dio con noi".

Spesso anche noi ci domandiamo come mai proprio gli ebrei non hanno creduto alla parola di Cristo, loro che lo hanno udito predicare, ebreo tra ebrei, loro che lo hanno visto compiere miracoli, annunciare il Regno di Dio ai poveri e, infine, morire sulla croce perdonandoli. Spesso si avvera alla lettera il proverbio che dice: “Nessuno è profeta in patria”.

E’ vero che nel Nuovo Testamento vi è quasi una sottile accusa contro gli ebrei non convertiti, a loro viene detto: "Voi l'avete ucciso", è Pietro che lo dice nella sua predicazione pubblica, è Stefano che lo annuncia prima della sua morte. Non si tratta di un'accusa, ma di una constatazione "…e continua a rimanere morto per chi non crede". D'altra parte come si può negare che anche i discepoli non fossero responsabili della morte di Gesù? Essi lo abbandonarono nel Getsemani e Pietro lo rinnegò tre volte. E poi, non siamo anche tutti noi, che viviamo nella nostra epoca, responsabili della morte del Signore a causa del nostro peccato?

Anche l'apostolo Paolo tratta il problema della conversione di Israele. Lo fa nei capitoli 9-10-11 della lettera ai Romani, lettera che anche oggi per noi è posta al centro dell'attenzione. L'apostolo ripercorre le strade dell'Antico Testamento rievocando l'accorato appello dei profeti che tante volte richiamavano il popolo alla conversione e Isaia doveva dire con costernazione: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?». La storia si ripete.

L'apostolo Paolo parte sostenendo che nella via della salvezza non ci sono dei meriti per i quali ci si può vantare di essere a posto con Dio e con se stessi. E dichiara Dio agisce attraverso la nostra fede, una fede offerta a tutti perché Dio è generoso. Dunque tutti sono invitati a percorrere la via della fede che inizia dall’amore e dalla grazia di Dio.

Tuttavia, questa strada della fede, e non dei meriti, bisogna conoscerla, nessuno deve restare escluso, dunque l'apostolo invita ad annunciare la Parola della grazia, del perdono e della riconciliazione di Dio.

Per questo l’apostolo può dire: «Chiunque invoca il nome del Signore sarà salvo». La salvezza passa attraverso la fede che di permette di invocare Dio, e invocare Dio significa riconoscere Gesù Cristo come Signore e Salvatore.

Da qui sorgono alcuni interrogativi: «Come invocheranno Colui nel quale non hanno creduto? Ma come crederanno in Colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare se non c'è chi lo annunzi? E come annunzieranno se non sono mandati?».

Sono delle domande retoriche per incoraggiare i credenti alla testimonianza, vogliono spronare a mettere da parte la timidezza di fronte a tanto amore di Dio che cambia il deserto in un manto di vigne. «La loro voce è andata per tutta la terra e le loro parole fino agli estremi confini del mondo» dice l’apostolo citando il profeta Isaia, per incoraggiare a portare anche lontano la testimonianza della propria fede.

Ma, in un mondo che si definisce “cristiano” a chi dobbiamo annunciare la nostra fede in Cristo? L’apostolo, in realtà, mette in discussione alcune posizioni chiare e costituite dei credenti.

Innanzitutto invita all’ascolto. Soprattutto a noi, gente del XXI secolo che ha smesso di ascoltare: crediamo che non sia più necessario, ed è così che i nostri rapporti umani sono carenti nell’ascolto: sovente non riusciamo ad ascoltare chi ci parla, lo guardiamo in faccia, ma pensiamo ad altro, pensiamo a quello che dobbiamo dire noi. O addirittura parliamo durante il discorso di un altro, come accade nei Talk show televisivi, detti infatti Talk show pollaio. Non è sempre segno di vivacità parlare tutti insieme, e d'altra parte se non c'è chi ascolta a che serve parlare?

Ascoltare non è facile, è difficile, parlare è più facile, dire la propria, imporsi, perché l’ascolto implica umiltà, pazienza, porsi sullo stesso piano dell’altro/a: l’ascolto è condivisione, partecipazione alla storia dell’altro/a, alle gioie, ai drammi, alle difficoltà. Tutto ciò implica anche tutta la nostra disponibilità a comprometterci con l’altro, la nostra collaborazione e disponibilità. Farsi i fatti propri, isolarsi, invece, è più facile.

Ma si perde qualcosa, anzi, si perde molto.

L'ascolto della Parola di Dio ci fa scoprire la preghiera e l’invocazione a Dio, dunque chi ascolta riceve qualcosa, un dono, che permette uno splendido mutamento. Quando ascoltiamo la Parola di Dio siamo convinti, da essa, del nostro bisogno di Dio, che non siamo autosufficienti, che ci è data la possibilità di invocare Dio e di accogliere il suo aiuto e il suo sostegno.

L'ascolto produce sempre i suoi frutti, chi non ascolta si perde molto. Chi ascolta si dispone anche al cambiamento perché la Parola dell’altro entra nella sua mente e nel suo cuore, quella viene elaborata, e produce convinzione. Per questo diciamo che l’ascolto della Parola di Dio ci trasforma, ci trasfigura da creature a figli di Dio. Chi ascolta può capire di avere bisogno degli altri, di porsi in relazione con Dio e con il prossimo; chi ascolta sa di non poter fare tutto da solo, di non essere autosufficiente. Chi ascolta riesce a vedere la mano che gli viene tesa, diversamente sarà sempre ripiegato su se stesso, chiuso in sé lamentandosi che nessuno lo aiuta, che nessuno gli vuole bene.

Non possiamo fare a meno di ascoltare, prima fra tutte, la Parola di Dio. Alla donna cananea, di cui abbiamo ascoltato il racconto, era negato l’accesso all’ascolto e a usufruire dei benefici che la parola del Signore produce, Gesù glielo riferisce, ma nella sua grande disponibilità e fede, la donna Cananea sovverte le regole e permette di essere raggiunta dalla Parola del Signore che produce i suoi frutti.

Si tratta, innanzitutto di gratitudine, quella gratitudine di chi sa che dipende dal Dio che gli rivolge la sua Parola. Il credente parla della Parola che ha ascoltato e lo ha trasformato, lo dice a tutti, perché tutti devono sapere che non occorre salire in cielo per meritare la grazia del Signore, basta semplicemente porsi all'ascolto.

A nessuno di noi sono richieste imprese eccezionali per poter ricevere alla salvezza: Dio si è fatto vicino con la sua Parola.

Questo sappiamo, questo riempie di senso la nostra vita di oggi. Riguardo al salire in cielo per conoscere la giustizia di Dio vi racconto una storiella ebraica: Si narra che un rabbino, ogni mattina, prima della preghiera salisse al cielo. Uno scettico di­ceva che era tutta una burla e una mattina, pri­ma dell'alba, si mise a spiare. Ed ecco il rabbi­no uscire dalla propria abitazione travestito da taglialegna e recarsi nel bosco. Lo scettico lo seguì e vide il rabbino raccogliere della legna, caricarsela sulle spalle e portarla ad una pove­ra vecchia malata che viveva solitaria. Lo scet­tico guardò dalla finestra: il rabbino era ingi­nocchiato per terra e accendeva il fuoco nella cucina. Quando la gente chiese allo scettico che cosa avesse scoperto a proposito della quotidia­na ascensione in cielo del rabbino, egli rispose: «Sale molto più in alto che in cielo».

L’ascolto ci chiama alla concretezza della fede, che è apertura e un andare incontro all’altro/a vivendo della sola grazia del Signore nella riconoscenza. Così, l’amore di Dio si compirà sulla terra.

Amen.

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Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

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