Culto domenicale:
ore 10,00 Tempio dei Bellonatti

Numero di telefono del presbiterio: 0121.30.28.50

Pastore Giuseppe Ficara

Consacrato nel 1992, ha svolto il suo ministero nelle chiese di Riesi, Caltanissetta, Agrigento, Trapani e Marsala, Palermo.
Pastore a Luserna San Giovanni da Agosto 2013.

 

Indirizzo: Via Beckwith 49, Luserna San Giovanni (TO), 10062, ITALIA

Tel/Fax: (+39) 0121/30.28.50

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Testo della predicazione: Ebrei 4,12-13

«La parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a doppio taglio, e penetrante fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; essa giudica i sentimenti e i pensieri del cuore. E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto».

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, l’autore della lettera agli Ebrei rivolge un lungo sermone ai suoi destinatari per incoraggiarli circa le difficoltà che vivevano nella società come credenti cristiani. Questi credenti trovavano umiliante credere in un Cristo come “uomo di dolore”, le persecuzioni che essi stessi subivano avevano provocato delusione, perché si aspettavano una salvezza che li liberasse dalle sofferenze umane.

Il predicatore però, cerca di rendere ragione dei testi biblici su cui si appoggiavano i credenti, spiegandone il senso autentico, non letterale, ma spirituale, per cui le Scritture dell’Antico Testamento diventano la prefigurazione di un nuovo Patto che Dio farà con l’umanità. Il nuovo Patto è perfetto perché non è stato compiuto con il sangue di animali, ma con il sangue di Cristo, che è la Parola vivente di Dio, Dio stesso che si offre all’umanità. Il nuovo Patto è per sempre, non servono altri olocausti, altre offerte a Dio, ma è accaduto una volta per tutte.

Questa spiegazione deve confortare chi legge la lettera, perché Gesù, l’uomo di dolore, non è rimasto prigioniero della distruzione, della devastazione, dell’annullamento, ma attraverso l’annullamento fisico ha vinto l’insufficienza umana, la sua parzialità, il suo peccato, il suo dolore, la sua sofferenza.

Non bisogna temere dunque, perché siamo in buone mani. Siamo entrati, cioè, all’interno di una nuova alleanza con Dio, in cui Dio stesso decide di essere l’autore della nostra salvezza, del nostro perdono e della nostra redenzione, liberandoci da tutte quelle offerte che davano solo l’illusione di meritare la grazia di Dio.

Testo della predicazione: I Corinzi 9,24-27

Non sapete che coloro i quali corrono nello stadio, corrono tutti, ma uno solo ottiene il premio? Correte in modo da riportarlo. Chiunque fa l’atleta è temperato in ogni cosa; e quelli lo fanno per ricevere una corona corruttibile; ma noi, per una incorruttibile. Io quindi corro così; non in modo incerto; lotto al pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi, tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia squalificato.

Sermone

     Care sorelle e cari fratelli, nel brano alla nostra attenzione, l’apostolo Paolo paragona la vita dei credenti a una corsa allo stadio, non nel senso che la fatica di ogni giorno ci spossa e ci rende senza forze, ma nel senso che la vita dei credenti non può svolgersi pigramente accontentandosi di aver aderito ai principi evangelici, vivere nella mediocrità dell’esistenza e affacciarsi come spettatori per vedere altri impegnati attivamente.

     Questo stile di vita dimesso, ritirato, turba l’apostolo Paolo; perché per lui, il credente non può stare a guardare dalla gradinata o da una finestra; per l’apostolo la vita del credente deve essere come quella di un atleta; “atleta” in greco di dice agonizomai da cui deriva la nostra parola agonia. Cioè l’atleta è colui che si sottopone a sforzi molto impegnativi, a volte al limite delle sue forze, e lo fa per raggiungere una meta, per perseguire uno scopo in cui crede, raggiungerlo e riceverne il premio.

     L’apostolo, dunque, rivolge un appello: invita tutti i credenti a partecipare alla vita, alla gara, e diventa esigente, rigoroso, perché incoraggia non solo a partecipare, ma a vincere. Qui è lontana l’idea del fondatore dei moderni giochi olimpici Pierre de Coubertin: «Importante è partecipare», qui l’apostolo invita a partecipare e a vincere. La vittoria è la meta dell’atleta.

     Ma c’é una differenza: mentre allo stadio tutti corrono, ma uno solo riporta il premio, nella fede tutti noi che corriamo, insieme, otteniamo il premio, tutti. Come se fosse una squadra a vincere e non una singola persona; come nella staffetta, dove i giocatori che corrono e si passano il testimone sono diversi, ma si corre insieme e chi parte non è colui che taglia il traguardo.

     Ecco, Paolo invita a non correre da soli, ma a “fare squadra”.

Testo della predicazione: Isaia 43,1-7

Così parla il Signore, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele! Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio!
Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà, perché io sono il Signore, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore; io ho dato l’Egitto come tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo, io do degli uomini al tuo posto, e dei popoli in cambio della tua vita. Non temere, perché io sono con te; io ricondurrò la tua discendenza da oriente, e ti raccoglierò da occidente. Dirò al settentrione: «Da’!» E al mezzogiorno: «Non trattenere»; fa’ venire i miei figli da lontano e le mie figlie dalle estremità della terra:tutti quelli cioè che portano il mio nome, che io ho creati per la mia gloria, che ho formati, che ho fatti.

Sermone

Care sorelle e cari fratelli, il brano biblico del profeta Isaia che abbiamo ascoltato è in mezzo a due brani di giudizio e di condanna di Israele. Lì la relazione tra Dio e Israele appare in termini di ira e distruzione. Israele è descritto come cieco e sordo alla presenza di Dio.

Perché può succedere che in mezzo a una relazione così difficile con Dio ci possa essere un brano così rassicurante come quello che abbiamo ascoltato? Proprio perché il rapporto che Dio stabilisce con il suo popolo non poteva né doveva essere accolto con indifferenza o come l’occasione per pretendere privilegi speciali.

Quindi, una delle più dure espressioni di giudizio precede una delle più belle descrizioni dell’amore di Dio contenuta in tutta la Bibbia. Il messaggio è che la fede riconosce la presenza di Dio sia nel suo essere duro con i suoi figli, sia negli atti di liberazione che compie, perché in tutto ciò Dio è colui che esprime il suo amore.

Tutti sappiamo che l’amore può fiorire e consolidarsi quando la persona amata ricambia il sentimento. Perché l’amore non è mai una imposizione, ma una proposta, un invito alla reciprocità.

Nella Bibbia, anche le espressioni dell’ira di Dio, accompagnate sempre da affermazioni della sua fedeltà, rivelano continuamente l’impegno di Dio per un amore autentico e reciproco. All’opposto, tollerare l’arroganza umana non sarebbe affatto un gesto d’amore, ma di insensatezza.

Testo della predicazione: Giosuè 1,1-9

Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore parlò a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè, e gli disse: «Mosè, mio servo, è morto. Àlzati dunque, attraversa questo Giordano, tu con tutto questo popolo, per entrare nel paese che io do ai figli d'Israele. Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do, come ho detto a Mosè, dal deserto, e dal Libano che vedi là, sino al gran fiume, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti sino al mar Grande, verso occidente: quello sarà il vostro territorio. Nessuno potrà resistere di fronte a te tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; io non ti lascerò e non ti abbandonerò. Sii forte e coraggioso, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dar loro. Solo sii molto forte e coraggioso; abbi cura di mettere in pratica tutta la legge che Mosè, mio servo, ti ha data; non te ne sviare né a destra né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai. Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai. Non te l'ho io comandato? Sii forte e coraggioso; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché il Signore, il tuo Dio, sarà con te dovunque andrai».

Sermone

Cari fratelli e care sorelle, è un passaggio di consegne quello che ci viene raccontato nel primo capitolo del libro di Giosuè. Ma non è Mosè stesso, ormai morto, che lo fa nei confronti del nuovo condottiero di Israele, ma Dio stesso.

Il racconto è molto suggestivo, questo rapporto diretto con Dio che ci è raccontato qui, è lo stesso rapporto di Mosè con Dio sul Sinai e lungo la strada, nel deserto, verso la terra promessa.

Facciamo però un passo indietro per capire esattamente che cosa è chiamato a fare Giosuè, il successore di Mosè.

Il racconto del primo incontro di Mosè con Dio sul Sinai parla della liberazione di un popolo schiavo in Egitto. Dio si presenta per venire incontro